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data: 9 maggio 2017
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Sul  nostro diario di bordo in puntate precedenti abbiamo visto  com’è scandita la vita  sulle galee della Repubblica di Genova

Turni  di voga e di  riposo,  mangiare e  curare le malattie  contratte a bordo. Che le condizioni dei vogatori fossero dure è fuor di dubbio, ma non dobbiamo pensare che la vita di chi remava in galea non avesse nessun valore. Soprattutto il cibo era fondamentale, perchè  costituiva il carburante di chi muoveva la galea.  Il cibo di bordo doveva coniugare tre esigenze: essere conservabile, economico e nutriente a sufficienza.

Cereali e legumi per i forzati

Cibo essiccato dunque, come gallette in polvere. Era il massamoro (dal francese mache-moure). Poi  fave o castagne cucinate nel “fogone” in forma di zuppa erano la base del vitto quotidiano per i forzati.

Vi era però, una distinzione tra schiavi, forzati e rematori volontari (i buonavoglia). La dieta dei buonavoglia era relativamente più ricca, tanto da dar  luogo a “giorni di magro” e “giorni di grasso”.  Nei giorni di grasso era distribuita anche una razione di carne salata o pesce (baccalà, aringhe, sardine) o formaggio, nonché ½ litro di vino a testa.

L’accostamento cereali-legumi rappresentava comunque una dieta equilibrata dal punto di vista dei carboidrati e degli zuccheri, importanti più dei grassi – oltretutto facilmente deperibili – per affrontare sforzi intensi ma non prolungati, inferiori cioè alle 4 ore di voga. Razioni  di cibo dunque al limite dell’indispensabile, riequilibrate nei casi si fossero rivelate insufficienti, da una distribuzione straordinaria di vino.

I rematori hanno trenta once di biscotto ogni giorno e una minestra di fave un giorno sì e un giorno no.  Hanno diritto alla carne e al vino quattro volte all’anno. Per la festa del Natale del Signore, per la Pasqua di risurrezione, per la Pentecoste e per il Carnevale.

Carne per malati, soldati e passeggeri

La vita del rematore era comunque preziosa: infatti  i malati erano nutriti con carne e uova.  L’equipaggio e i soldati avevano biscotto  e minestra, una razione di vino e mezza libbra di carne o di pesce salato.

Grazie a un privilegio concesso dalla santa Religione sulle galee il passeggero che desidera mangiare carne fresca di manzo o di capretto rubata a terra dai soldati o rubata da lui stesso, può mangiarla anche di quaresima durante le quattro tempora, di venerdì, nelle vigilie e in tutti gli altri giorni proibiti. Possono farlo senza alcuna vergogna e senza problemi di coscienza.

Un manoscritto ligure elenca:

“140 barili di vino (ognuno conteneva circa 50 litri), 20 di aceto, mezza tonnellata di olio, una tonnellata e mezza di formaggio, una tonnellata di carne salata, 50 barili di sardine, 6 di tonno, 4 di aringhe, sale, uova, candele; altri 192 barili costituivano la riserva d’acqua per l’equipaggio, da rinnovarsi sovente durante la navigazione. Nel pagliolo si conservavano 21 tonnellate di biscotto o galletta”. Il pericolo maggiore per la salute dei rematori era la disidratazione. Per questo la navigazione era scandita da frequenti soste che servivano per approvvigionarsi del bene più prezioso: l’acqua.