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data: 9 febbraio 2017
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La galea o galera è una nave da guerra e commerciale che si sposta a remo oppure a vela.

Antenata greca della galea è l’antica trireme. Tre uomini con tre remi per panca remavano sotto coperta. Nella galera le panche per i rematori stavano sul ponte divise in due file da un corridoio centrale.

Tre uomini per panca e per ogni panca un unico remo, che i tre rematori si dividevano. A Genova vigeva la regola del terzo: ciurma divisa in parti eguali di schiavi, forzati e volontari.  Anche la panca doveva essere così divisa: uno schiavo, un forzato, un buonavoglia.

Gli schiavi, principalmente musulmani, provenivano da catture, acquisti o noleggi.
Se la galea non era in navigazione, di notte stavano incatenati a bordo delle galee ormeggiate, di giorno erano utilizzati in lavori di pubblica utilità.  Riconoscibili dai baffi e dalla testa rasata, salvo un ciuffo  sul capo.
Tutti i musulmani appartenevano a una comunità e avevano un luogo di preghiera, la moschea, una delle poche presenti in Europa. (la  puoi trovare nelle mappe dell’arsenale in questo approfondimento).

I forzati erano coloro che avevano commesso qualche atto criminale e venivano impiegati in galera per lavori di pubblica utilità.  Nel XVI secolo non esisteva il “carcere” : vi erano pene come condanne a morte, torture, mutilazioni e la galera, cioè il servizio al remo.  Quasi un terzo dei forzati erano omicidi a cui era stata commutata la condanna a morte nella galera a vita o a tempo. Una categoria numerosa erano infine i disertori.

I buonavoglia erano rematori volontari. In realtà chi sceglieva di arruolarsi sulle galere generalmente non aveva vita facile. Si trattava dei reietti della società, sbandati, disoccupati, oppure contadini poveri.  A parte la misera paga, pure dimezzata durante lo sciverno, essi non erano trattati diversamente dai forzati e dagli schiavi. Di notte erano legati a bordo alla catena, di giorno stavano scolti ma con l’anello al piede.

Al momento dell’imbarco veniva loro consegnato qualche scampolo di stoffa, insieme al filo per cucirla e farsene gli abiti; anch’essi venivano tosati, ma conservavano i baffi per distinguersi dai forzati.
Chi entrava nell’universo dei galeotti difficilmente ne usciva, e la sorte dei buonavoglia non era diversa. Erano i migliori rematori e l’amministrazione tentava di trattenerli concedendo prestiti in denaro, che la paga non permetteva loro di saldare.  Anche favorire il gioco d’azzardo a bordo aveva lo stesso scopo. Un buonavoglia poteva finire in un spirale di indebitamento senza fine.

La Darsena era una cittadella nella città e i tra i rispettivi abitanti i contatti sono quotidiani. I galeotti potevano essere autorizzati a uscire dalla Darsena, dove invece entravano contrabbandieri, prostitute, servitori di famiglie nobili e popolani. Molti giocvano d’azzardo dentro le galee, nella discrezione dei tendali abbassati e con gli aguzzini trasformati in croupiers.