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In occasione della giornata mondiale del rifugiato, il 20 giugno, il Guardian, quotidiano inglese ha pubblicato The List. Una lista scaricabile in pdf dove sono elencati nomi, la provenienza e la causa di morte di 34,361 persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Al Galata Museo del Mare conosciamo le tragedie che da più di 20 anni ormai (quasi 30 a dire il vero), si compiono nel Mediterraneo e nel Canale di Sicilia dove gozzi e barche da pesca, gommoni e altre imbarcazioni non sicure che operano nell’illegalità sfidando il mare, naufragano e non vengono soccorse in tempo. E viene spontaneo il paragone con gli emigranti italiani di 150 anni fa – anche loro in cerca di fortuna – ma che viaggiavano a bordo di navi più sicure e in una situazione di legalità, data dagli accordi con i paesi ospitanti.

Molte di queste vicende sono state raccontate nel Catalogo “Memoria e Migrazioni” uscito nel 2014, e alcune sono  messe in scena, come testimonianze reali raccontate da chi è sopravvissuto, o racconti che ricostruiscono l’accaduto  nella sezione Italiano Anch’io aperta nel 2016 al Galata Museo del Mare.

La storia che vogliamo condividere oggi, è tragica, risale a 21 anni fa e racconta di un naufragio.
Naufragi e stragi così importanti continuano ad accadere ( per citarne solo alcuni 368 morti il 3 ottobre 2013, 700 dispersi il 18 aprile 2015), ma uno dei motivi per cui stragi così sono parzialmente arginate sono gli interventi dello Stato, dell’Unione Europea e delle ONG.

L’operazione Mare Nostrum (100.250 persone tratte in salvo), L’operazione Triton, il lavoro costante della Marina Militare Italiana, della Guardia Costiera e delle ONG che pattugliano il Mediterraneo. 

26 Dicembre 1996, Portopalo

21 anni fa, la notte di Santo Stefano al largo delle coste di Portopalo morirono annegate 281 persone che arrivavano dallo Shri Lanka in cerca di fortuna, lavoro, istruzione e una vita migliore.

Il giornalista Giovanni Maria Bellu, trovò in acqua la carta di identità di un ragazzo di 17 anni e ne ricostruì la storia e la tragica fine.

Grazie al suo lavoro, al Museo del Mare si può ascoltare la storia del giovane Anpalagan Ganeshu.

“Sono nato il 2 aprile 1979 a Chaukachcheri, una città nel nord dello Sri Lanka. Sono un tamil e vengo dalla penisola di Jaffna.

Nel 1983, quando io avevo 4 anni, nel mio paese è iniziata una guerra civile: da una parte le “tigri” tamil, la nostra minoranza, e dall’altra la maggioranza cingalese. Quando è finita, nel 2009, con la conquista militare della penisola di Jaffna e lo sterminio di tutte le “tigri”, alcuni hanno detto che nel nostro paese ci sono state 700.000 morti, tra cingalesi e tamil.

Una sera abbiamo parlato con mio padre, io e mio fratello maggiore Arulalagan. Abbiamo chiesto di partire per l’Europa. Mio padre ha chiamato per telefono mio zio, Elayatambi: vive a Milano e fa il commerciante. Ha detto che quando saremmo arrivati in Italia, ci avrebbe aiutati.

Siamo partiti a metà di novembre 1995. Mia madre ci ha accompagnato a Jaffna City.

Qui abbiamo preso una barca diretta a Colombo, la capitale. Le strade, con la guerra, sono insicure.A Colombo siamo rimasti nascosti in un alberghetto per dieci giorni. Intanto mio padre ha organizzato il viaggio con i trafficanti. Il viaggio per me e mio fratello è costato 15.000 dollari. Poi, alla fine di novembre, i trafficanti ci hanno chiamato. Siamo andati all’aeroporto e abbiamo preso il volo per il Cairo, con scalo a Mosca. Arrivati al Cairo, abbiamo proseguito su un pulmino per Alessandria d’Egitto che ci ha portato al porto e ci ha sbarcati davanti a una nave, la “Friendship” – Amicizia.

A bordo, siamo stati chiusi in un grande stanzone: c’erano almeno duecento persone. Erano indiani e pakistani, e poi c’eravamo noi, tamil. Durante il giorno si doveva rimanere tutti chiusi.  Non c’erano né letti, né poltrone, non c’era niente. Durante la notte, si rischiava a uscire sul ponte, per prendere aria, ma era pericoloso, perché l’equipaggio era armato.
Poi la sera del 9 dicembre 1996, finalmente siamo partiti. Dopo dodici ore di viaggio, la nave si è fermata in mezzo al mare, vicino a una nave molto più piccola e malandata, la Hira.
Noi non volevamo scendere: quella nave sembrava stesse per affondare, ma il comandante ha tirato fuori una pistola e siamo scesi tutti. Quando siamo stati tutti a bordo, la Hira si è diretta a Nord-Est. Non c’erano locali chiusi. Stavamo tutti sul ponte, faceva freddo ma non pioveva. Non c’era spazio per muoversi. Sono passate molte ore: è scesa la notte, poi è venuta l’alba. Abbiamo visto una terra, a Nord, Creta. Ma la nave la costeggiava e si è diretta a una terza nave, più grande delle altre. Si chiamava Yohan. In quella nave c’erano altre duecento persone, arrivate da Lattakia in Siria e da Mersin, in Turchia. Quando siamo arrivati noi, il numero è salito a 450.

Dopo essere saliti a bordo, la Yohan si è diretta verso Malta dove siamo arrivati in due giorni. E’ lì che abbiamo capito che c’era un problema. Eravamo troppi e i trafficanti non sapevano più come sbarcarci. Se fossimo stati pochi, le lance di salvataggio ci avrebbero portato fino a riva. Ma con quel numero occorreva un barcone d’appoggio.

Abbiamo aspettato l’arrivo del barcone per più di due settimane. Intanto la nave girava intorno a Malta. Il cibo era sempre meno: mezzo chapati, il  pane indiano e un mestolo di zuppa. C’era un solo gabinetto per tutti e c’era sempre coda davanti, ad ogni ora del giorno e della notte.

Poi, la sera del 24 dicembre del 1996, da Malta parte un barcone, l’F-174, lungo 16 metri e largo 4, con a bordo tre trafficanti. La Yohan e l’F-174 si sono messe in viaggio verso la Sicilia, si sono incontrati in mare, a 20 miglia dalla costa siciliana.

E’ l’una del mattino del 26  dicembre. E’ buio e c’è burrasca, il vento va da 31 a 45 nodi, il mare è molto agitato. Un trafficante è salito sulla nave e impugnata una pistola ci ha detto di scendere a bordo. Noi siamo scesi, e dal ponte del F-174, siamo scesi nella sua stiva. La nave rollava paurosamente.

Il trafficante ubriaco ha urlato di separare le due navi. Il nostro barcone si è allontanato, ma il trafficante era rimasto a bordo, così ci siamo riavvicinati. E’ allora che un’onda ha portato la prua del barcone in legno a sbattere contro la fiancata della nave. Il trafficante è salito, il barcone ha iniziato di nuovo ad allontanarsi, ma è lì che abbiamo visto che l’acqua saliva dal fondo della nave. 

Molti hanno iniziato a gridare “too much water”, ma il trafficante ubriaco gridava “no problem, non problem”. E siamo andati avanti per un’ora: l’acqua ci arrivava alla vita. Eravamo terrorizzati. Battevamo i pugni contro il fasciame, volevamo salire sul ponte, ma non c’era posto.

Poi un motore si è fermato. Il barcone rollava tra le onde.

Il trafficante alla radio chiamava la nave di venirci a prendere. Nel buio e’ apparsa all’improvviso, bianca ed enorme, e per la seconda volta il barcone è andato a cozzare contro la fiancata. Tanti, tantissimi che erano sul ponte sono stati sbalzati in mare, noi che eravamo in stiva, abbiamo fatto saltare un portellone.

Attorno scendevano le funi, chi ce la faceva, le afferrava e saliva. Io sono rimasto nella stiva, cercavo mio fratello, non lo vedevo più. Quando ho guardato di nuovo, la Yiohan era di nuovo lontana. Eravamo ancora in tanti a bordo, molti gridavano. All’improvviso il barcone ha abbassato la prua ed è scivolato in fondo al mare, la stiva è stata invasa dall’acqua e io nel buio non ho trovato l’uscita. Con me e con mio fratello sono morte altre 281 persone. Forse. Perché il numero non è mai stato confermato.