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Da venerdì 13 luglio a sabato 8 settembre presso la Saletta dell’Arte al 1° piano, sarà allestita la mostra fotografica Mantua, Cuba: una ricerca narrativa e sentimentale, che ha come luogo d’indagine una cittadina di provincia ai confini dell’isola di Cuba.  La leggenda vuole, ma alcune assonanze e riferimenti con la realtà esistono, che la fondazione di Mantua fosse stata opera di un gruppo di marinai italiani, molti dei quali genovesi o comunque liguri, sopravvissuti al naufragio di un brigantino che aveva appunto questo nome.

La mostra Mantua, Cuba si compone di 24 opere fotografiche e prima di approdare al Galata Museo del Mare è stata in esposizione nell’autunno 2016 a Parma (BAG Gallery), successivamente a L’Avana (Galeria Casa de Carmen Montilla), nell’ambito della XIX Settimana della Cultura Italiana in Cuba, e nell’autunno 2017 a Reggio Emilia (Vicolo Folletto Art Factories).

Sono parte integrante del progetto il libro fotografico Mantua, Cuba (Greta Edizioni, 2016), che si avvale dei preziosi contributi del curatore Andrea Tinterri e dello scrittore Davide Barilli oltre che del prestigioso patrocinio di fondazione casa America, ed una video intervista che vede dialogare il curatore con il fotografo e lo scrittore.

All’inaugurazione, giovedì 12 luglio alle ore 18 ad ingresso libero, sarà presente l’Autore.

Il progetto

 Mantua, Cuba è un progetto che nasce da un’esigenza intima e primaria dell’Autore: quella di ricordare l’amico scomparso Velmore Davoli, che aveva visitato quei luoghi nel 1999, all’interno di un programma di cooperazione internazionale.

Il progetto, nella sua complessa e lunga evoluzione, si è arricchito del contributo fondamentale di Davide Barilli, che conosce bene Cuba, spesso protagonista dei suoi romanzi e dei suoi racconti.

Proprio sulla base di queste sollecitazioni nascono uno studio e una ricerca che rivelano un’interferenza tra storia e leggenda, fra un’origine forse italiana della piccola cittadina caraibica e un brigantino genovese affondato nell’oceano, a poca distanza dalle coste su cui sarebbe sorta Mantua. Alcune testimonianze sembrano confermare l’avventurosa origine, ma poco importa la veridicità della Storia. La leggenda basta e avanza per costruire una narrazione e per cercare affinità elettive, apparentemente improbabili, tra la provincia padana e quella cubana, tra oggetti, simboli e dettagli sospesi in un “mondo piccolo”, che protegge la propria viscerale identità. Simonazzi fotografa ciò in cui ritrova un senso di appartenenza, indipendentemente dalle latitudini geografiche, ovvero l’idea stessa di provincia: una nebula afosa, dove i muri possono essere testimoni di pezzi di storia, di fede, di sincretismo magico. E proprio dalla visione di una scritta ritrovata su un edificio in abbandono, Bar del olvido, tutto ha avuto inizio. Una scritta che diventa il sentimento intorno al quale ruota l’intero progetto, la dimenticanza come filo rosso tra Mantua, la sua bizzarra italica leggenda e la capacità intrinseca dei luoghi remoti di ovattare la Storia, di trasformarla e farla danzare su un teatrino in cartapesta. Tutto questo è filtrato da una cultura fotografica ben definita, che individua i propri modelli in quell’importante esperienza che dalla via Emilia arriva a toccare l’asfalto americano: da Luigi Ghirri ai New Topographers, passando attraverso il cromatismo di William Eggleston. Una cultura che Simonazzi rivendica e attualizza nella consapevolezza di raccontare una leggenda, qualcosa che forse è già scomparso anche se ancora davanti agli occhi. Qualcosa che va comunque protetto, anche solo per provare il piacere di potersi rifugiare, qualche volta, nelle illusioni.