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data: 10 agosto 2017
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La pirateria esiste nel Mar Mediterraneo da ben prima che esistessero i pirati nell’Atlantico, Pacifico e Caraibi.

La conformazione stessa del bacino del Mediterraneo favorisce il fenomeno: è difficile approvvigionarsi di cibo e materie prime a causa dei rilievi montuosi a ridosso delle coste, molte piccole baie e costa frastagliata, traffici per mare assai più frequenti di quelli per terra.

Più che di pirati, dovremmo parlare di corsari: persone al servizio di un governo a cui cedevano parte degli utili delle deprepazioni fatte e in cambio ricevevano uno status di combattente (la lettera di corsa) e la bandiera – che li autorizzava a rapinare solo navi mercantili nemiche.

Ci furono corsari inglesi che assaltavano galeoni spagnoli durante il XVI e XVII secolo, corsari francesi che assaltavano navi inglesi e olandesi. Il genovese Andrea Doria fu considerato un corsaro.

Possiamo dire che l’origine della guerra di corsa partì dalle coste del Nord Africa, con i corsari barbareschi.

I corsari barbareschi

Erano uomini provenienti dalle coste del Nord Africa o dalla sponda orientale del Mediterraneo che lavorano contro le imbarcazioni dell’Europa Cristiana.

La pirateria di corsa non nasce come fenomeno privato – non c’è è un gruppo che si autorganizza per depredare le navi- ma è affare di stato. Molto spesso le imprese dei corsari sono operazioni di saccheggio che affiancano le operazioni militari, come nel caso dei corsari africani che affiancano a lungo la flotta ottomana.

L’obiettivo delle azioni corsare era la cattura di schiavi che sarebbero stati non tanto impiegati nelle zone del nordafrica, ma piuttosto rivenduti a stati Europei.

Il riscatto degli schiavi era trattato da Redentori per conto di ordini religiosi, rappresentanti consolari, agenti commerciali, Ebrei. Ad esempio Genova aveva istituito dal 1597 un’apposita carica pubblica: il Magistrato del Riscatto.

Le merci invece in parte andavano a coprire le esigenze locali e in parte venivano rivendute in Europa a prezzi di mercato inferiori alla norma. Insomma, una partita di giro conveniente a tutti, potremmo dire.

I corsari lavorano per conto di città-Stato dell’Africa del Nord: Algeri, Tunisi e Tripoli.

I gruppi di corsari erano vari : c’erano Turchi, Arabi cacciati dalla Spagna, rinnegati calabresi e siciliani – ex servi della gleba per i quali la corsa diventava una forma di lotta sociale contro i vecchi padroni.

La corsa rimane al servizio ottomano fino alla ripresa di Costantinopoli per mano musulmana nel 1574 per diventare poi un fenomeno privato, caratterizzato da gruppi di ex soldati, avventurieri e marinai e rimane tale fino ai primi dell’800.

Le navi

Non galeoni o grossi vascelli (che verranno impigati nel Pacifico e nei Caraibi) ma galee, veloci e con un fondo più piatto, più adatto ai bassi fondali in prossimità delle coste. La tecnica usata era quella dell’arrembaggio: ci si avvicinava alla nave da depredare e si saliva a bordo attraverso la rembata – il becco lungo e alto a prua della galea – e a questo punto si avviava una guerra corpo a corpo a suon di scimitarra e spadone.
In questo modo si poteva depredare la nave, fare prigionieri vivi e catturare la nave stessa in buono stato.

A partire dalla fine del XVI secolo – superata la fase della “guerra di religione” – i corsari agiscono solo per rapina ed evitano scontri con navi militari cristiane grazie ad accordi presi tra gli stati.

Ogni corsaro doveva richiedere un “passaporto”, un’autorizzazione per esercitare la corsa. In base ad esso era tenuto a rispettare le navi delle nazioni che godevano dell’immunità, in base ai trattati vigenti.

L’attività corsara non è prerogativa però dei paesi del nordafrica e del mediteraneo orientale: ad esempio sono corsari anche gli ordini religioni dei Cavalieri di Malta e quelli di S.Stefano.

I primi – prima di ricevere in feudo da Carlo V l’isola di Malta (1530) – ebbero sede a Gerusalemme (dove erano nati nell’XI sec. come istituzione assistenziale), Acri, Cipro e Rodi; i secondi furono fondati dal Granduca di Toscana Cosimo I dei Medici nel 1562. Fu famoso il loro ammiraglio Jacopo Inghirami.

Alcuni corsari barbareschi famosi:

Ulug Alì, alias Giovan Dionigi Galeni, rinnegato calabrese che diventò pascià di Tripoli, quindi di Algeri; dopo Lepanto ottenne il comando supremo della flotta ottomana.

Osta Morat – questo il suo nome da convertito – era di origini liguri. Non si conosce il suo nome di battesimo, ma quello del padre – tal Francesco di Rio – artigiano originario di Levanto, sulla Riviera di Levante.

Come molti fu probabilmente fatto schiavo in gioventù, durante una delle frequenti incursioni barbaresche. La conversione all’Islam, la sua fedeltà e le sue doti gli permisero di emanciparsi, tanto che lo ritroviamo agli inizi del ‘600 uomo di fiducia del dey di Tunisi Othman.

Come altri rinnegati favorì l’immigrazione in Barberia di molti suoi parenti, che negli anni seguenti svolsero intensa e fortunata attività di commercianti, intermediari di riscatti e operatori di garanzie e prestiti.”

Osta Morati si arricchì ben presto con l’attività di corsaro e con i proventi dei riscatti degli schiavi. Nel 1615 fu nominato capo della flotta tunisina, che condusse in azioni audaci e vittoriose.

Il prestigio acquisito lo portò a ricoprire dal 1637 la carica di dey (governatore) di Tunisi per poi morire solo tre anni dopo.

tratto da:  Salvatore Bono, I corsari barbareschi, 1964