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data: 8 novembre 2017
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Pirateria e corsa, nel Mediterraneo agli inizi del Cinquecento sono un fenomeno ben individuato con i suoi aspetti militari, navali, giuridici ed economici, di fatto è un fenomeno ricorrente, una consuetudine. Tant’è vero che vengono messe a punto le patenti in Mediterraneo, progenitrici della guerra di corsa. Navi utilizzate prevalentemente sono le galee: navi lunghe e sottili, a remi: sono l’evoluzione della trireme romana in contrapposizione alle navi “onerarie”.

La galea è nave piratesca per definizione, e nel corso del tempo mantiene queste sue caratteristiche: ha l’albero removibile, così da non essere vista se non quando è troppo tardi; può con la sua prora bassa e affilata “dare in terra” su ogni spiaggia trasformandosi in un vero e proprio mezzo da sbarco.

Si tratta quindi di grandi imboscate e grossi bottini. Ma la pirateria del Mediterraneo, come spiega bene Braudel, è fatta anche di piccoli fenomeni “locali”. Con la caduta di Costantinopoli nel 1453 compaiono vuoti di potere e la guerra di corsa riceve meno “commissioni”: in queste condizioni, nuovi soggetti si muovono per cogliere l’occasione e uscire dalla subordinità.

Il mediterraneo, l’abbiamo già detto, è si presta particolarmente bene all’imboscata e l’aggressione. Nei millenni infatti, i “covi” della pirateria non cambiano. Sono luoghi che offrono la possibilità di stare nascosti, per sorgere all’improvviso sulla vittima, offrono la possibilità di avere una via di fuga. È anche grazie alla conformazione del Mediterraneo che nasce la pirateria minore.

E infatti come racconta Braudel:

“[…] esisteva una pirateria di grado inferiore, prossima alla più miserabile rapina, Minuscoli animali selvatici infestavano i mari, s’aggiravano tra le isole dell’Arcipelago, sulle coste greche occidentali alla ricerca di una selvaggina proporzionata alle loro forze. La semplice vista delle torri di vedetta, sul litorale delle Puglie, bastava a tenerli lontani dai paraggi pericolosi e a spingerli verso le co­ste e le isole dell’Est. Minuscola umanità dalle minuscole ambizioni: im­padronirsi di un pescatore, predare un granaio, rapire qualche mietitore, rubare; non troppo lungi dalla spiaggia, alcune misure di sale dalle saline turche e ragusane della Narenta”.

Mentre Pierre Belon, naturalista francese del XVI secolo, descrive nella sua relazione « Voyage au Levant, les observations de Pierre Belon du Mans, de plusieurs singularités et choses mémorables, trouvées en Grèce, Turquie, Judée, Égypte, Arabie et autres pays estranges”, edita nel 1553 »  

“tre o quattro uomini dediti al mare, arditi a mettersi all’avventura, poveri che posseggono sol­tanto qualche piccola barca o fregata o qualche brigantino mal equipaggia­to: gìa che hanno un quadrante (boete de quadran) detto bussolo, che è il quadrante di marina; ed hanno qualche apparato di guerra, ossia qualche arma leggera per combattere da maggior distanza Per il mangiare, hanno un sacco di farina e un po’ di biscotto, un otre di olio, miele, qualche treccia di aglio e di cipolle e un po’ di sale che serve per un mese. Fatto ciò, si mettono alla ventura. E, se il vento li costringe a starsene in porto, tirano la barca a terra, la coprono con rami d’albero e tagliano legna con le asce e accendono il fuoco con il fucile: fanno una focaccia con la loro farina che cuociono nella medesima maniera usata un tempo dai soldati romani in guerra”.

Fonti:

  1. Campodonico – conferenza su “Il Mediterraneo tra XVI e XVII secolo. Pirati musulmani, pirati cristiani : gli schiavi, i rinnegati e i riscattati”.
  2. Braudel “Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II”.

 

 


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