please wait ..

Visualizza tutti gli articoli: Blog

I lavori di escavazione del porto di Genova

Nel passato l’interramento era il problema principale che ogni porto aveva. Pensate a Genova che la rada più interna – il Mandraccio – nel 1512 era arrivata a diventare profonda solo 50 cm!

Ovviamente il problema, esistente già dal medioevo causato dai rivi che convogliavano i detriti nel mare e dall’erosione del terreno, era che le barche di grosso pescaggio e tonnellaggio non potevano più attraccare!

Infatti già nel 1200 il Molo fu dichiarato Opera Pia affinché ricevesse un lascito in ogni testamento che andava a finanziarne l’allungamento o comunque i lavori di escavazione e miglioramento del fondale.

Ma a differenza di oggi, che esistono le draghe galleggianti che possono togliere terra dal fondo del porto nel  passato, già a partire dal 1200 e ancora nel 1500 i tratti di porto andavano svuotati a mano dall’acqua, e poi successivamente se ne escavava il fondo melmoso.

Vediamo come avvenivano questi lavori estremamente complessi e laboriosi.

Durante il Cinquecento, si verificò un notevole incremento del tonnellaggio medio delle navi, sia mercantili sia militari. Come conseguenza, aumentarono i pescaggi dei bastimenti che a loro volta condizionarono l’evoluzione delle strutture portuali. Genova dovette adeguare moli e calate alle nuove esigenze del traffico marittimo, ma ciò avvenne con difficoltà, a causa della conformazione della rada e dei fondali. Per questo, i Padri del Comune intensificarono i loro sforzi per rendere più agevoli le acque del porto, attraverso l’opera permanente di escavazione e pulitura dei bacini.

Nel 1575  furono eseguiti i lavori per l’abbassamento del fondo del Mandraccio e da 50 centimetri di profondità si raggiunse una profondità di cinque metri, sufficiente a permettere l’attracco delle navi.

I lavori avvenivano con l’uso di chiatte, pontoni e attraverso le “palificate”, recinzioni di legno calafatate cioè impermeabilizzate tramite degli strati di catrame, che permettevano di svuotare dall’acqua la parte interna e quindi di procedere allo scavo diretto del fondale.

Dopo aver costruito la palificata, oltre duecento operai, con l’ausilio delle cicogne, prosciugarono dall’acqua l’area di mare scelta. Poi, nell’arco di due mesi, millequattrocento fra uomini e donne, divisi in turni e per un totale di 84.000 giornate di lavoro, asportarono tonnellate di melma con l’aiuto di muli, barche e pontoni.

Anche la Darsena delle Galee, costruita successivamente rispetto al molo del Mandraccio, veniva periodicamente escavata.  Nell’estate del 1545 i Magistrati dei Padri del Comune organizzano un programma di scavo per riportare il fondale a una profondità accettabile, evitando il pericolo che le galee rimanessero incagliate nella fanghiglia del fondo.

Le testimonianze dell’epoca e i dipinti che ritraggono i lavori mostrano un lavoro articolato, con i marangoni impegnati nella realizzazione della “palificata”, gli addetti alle cicogne e infine diverse compagnie che univano lavoranti a giornata, sia uomini che donne, impegnati nel lavoro di scavo della fanghiglia putrida che in parte veniva caricata sui leudi e scaricata oltre la Lanterna, in parte veniva messa su dorso di mulo e portata fuori città.

Che cosa erano le cicogne?

La “cicogna” era un tipo particolare di gru a bilanciere, usata per sgottare l’acqua dai bacini chiusi con le palificate, prima e durante i lavori di pulitura o escavazione dei fondali. In genere, tali congegni venivano collocati in gran numero, anche centocinquanta per volta, lungo le pareti delle dighe, con un braccio rivolto all’interno e uno all’esterno. Manovrati da personale addestrato, erano in grado di prosciugare in poche settimane specchi d’acqua di notevole superficie, per facilitare l’opera degli scavatori e degli sterratori.