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data: 9 febbraio 2017
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La vita a bordo della ciurma è scandita dai tempi di voga, dal riposo, dal cibo e dalla cura delle malattie.

Che le condizioni di vita a bordo dei vogatori fossero durissime è fuor di dubbio, ma non dobbiamo pensare che la vita di chi remava in galea non avesse nessun valore.

Genova in particolare non poteva contare su un entroterra popoloso, e la carenza di braccia fu sempre un problema: nella seconda metà del XVI secolo si arrivò a fissare un risarcimento di 115 scudi d’oro per chi avesse provocato la morte di un forzato, quando il salario annuale di un comito era di 36!

Contemporaneamente, veniva strutturata una certa organizzazione sanitaria a favore delle ciurme, di cui peraltro si hanno notizie già a partire dalla fine del XIV secolo.

Il personale sanitario di bordo consisteva in un medico, che navigava sulla Capitana, del quale faceva le veci sulle altre galee un barbiere, che aveva funzioni di chirurgo. Essi erano responsabili dei medicinali imbarcati e forniti dallo speziale, che invece prestava la sua opera a terra.

La Spetiaria curava la distribuzione dei principali medicinali – come la triaca, il mitridato, l’ossicrozio – il cui diritto di preparazione era riservato alla Università degli Speziali della Città.  Essa produceva in proprio – seguendo le direttive del medico delle galee – altri medicinali meno importanti. Si trattava di droghe, oli medicamentosi e profumi (suffumigi), sciroppi, unguenti, impiastri e cerotti, acquavite per disinfettare e parecchi preparati a base di zucchero, questi ultimi mutuati dalla medicina araba. Per il resto si seguivano i precetti di Gio da Vigo da Rapallo (1460-1525), che suggerì nella sua opera Practica copiosa in arte chirurgica i medicamenti indispensabili a bordo.

A Bordo delle galee di Genova i medicinali non erano gratuiti, mentre su quelle pontificie erano concessi a tutti i marinai e il materiale di medicazione era distribuito gratuitamente ai feriti.

Oltre alle mutilazioni in battaglia, particolarmente temuti erano i parassiti (pulci, pidocchi, cimici) e gli eventi epidemici, data la promiscuità di bordo. Un esempio documentato è l’epidemia influenzale che colpì gli equipaggi delle galee di Ippolito Centurione nel 1684.

Per gli schiavi e i forzati delle galee era possibile anche il ricovero all’Ospedale di Pammatone o a quello degli Incurabili, con diaria a carico del patrono della galea.
Per evitare questi ricoveri, nel XVII secolo venne istituita anche una “galea ospedale” e in seguito un Ospedale della Darsena. E’ documentato che molti di questi ricoverati erano affetti da ernie.

I galeotti avevano anche un luogo di sepoltura riservato: la chiesa di S.Vittore, vicina all’Arsenale. Quando questa fu demolita – la chiesa della SS.Annunziata del Vastato.
Presso la Foce, fuori le mura a Levante, esisteva un cimitero murato per i Turchi morti in schiavitù.