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25 APRILE 1945 – 25 APRILE 2020

Lettera del Direttore

Cari Amici, buongiorno.
Il 75° anniversario della Liberazione sarà un anniversario molto diverso dagli altri.
Non vi saranno celebrazioni insieme, corone, sfilate.
Questo non vuol dire che non sia l’occasione per ritrovarsi e soprattutto per riflettere insieme o personalmente: anzi, ci è data, in questa circostanza, un momento speciale per pensare a termini come RESISTENZA, LIBERAZIONE e MEMORIA.
E proprio su questi vorrei fermare la mia attenzione.

Resistere
Oggi, RESISTERE, assume per tutti noi un valore diverso, più significativo.
Resistere vuol dire non tornare indietro, non lasciare che il male, il tempo, la forza maggiore, l’emergenza, ci porti via qualcosa.
Questo è particolarmente importante: in queste lunghe settimane, interi pezzi della nostra vita, del nostro modo di vivere, sono stati come “declassati”, compressi: la differenza tra bisogni “essenziali” e bisogni “non essenziali”, ha portato a ritenere che ospedali e supermercati, negozi di telefonia siano più importanti dei “non essenziali”, come il leggere un libro o il visitare una mostra, assistere a un concerto o uno spettacolo teatrale.
Quanto è avvenuto ha una spiegazione, nell’emergenza e nella forza maggiore, ma non può essere la regola, soprattutto per il dopo: i costi civili sarebbero altissimi, e non parlo solo in termini economici – che pure è un aspetto sotto gli occhi di tutti – ne parlo in termini di “costo umano”. Senza queste cose la nostra vita quotidiana ne sarebbe fortemente impoverita.
Tutti – e non solo gli operatori della cultura – dobbiamo resistere, per noi e per la nostra vita.
Nella “Fase 2”, che tutti auspichiamo, comprare un libro, vedere un film o andare in un museo sarà ancora più importante e qualificante: andarci anche se osservando limitazioni e prescrizioni che ci sembreranno stravolgere il piacere in tortura, sarà necessario. Anzi, sarà un gesto di resistenza.

Liberazione.
Devo dire che questo termine, LIBERAZIONE, alla mia generazione, nata e cresciuta nella democrazia e nel benessere, non è stato mai compreso appieno: forse lo abbiamo assaporato un po’ al termine degli “anni di piombo”, gli anni di un clima particolare, duro e inumano.
Oggi non lo assaporiamo ancora: è solo una prospettiva. Oggi, si può dire, lo aspettiamo.
Tanti, infatti avrebbero voluto che la “riapertura” fosse coincisa con quella data.
Non importa: e comunque non sarà una liberazione, da un giorno all’altro – e in questo sarà davvero diversa dal 25 aprile 1945 – sarà una liberazione, un po’ per volta.
Una conquista, da fare assieme, riprendendo la vita normale, con precauzioni ma senza la paura e l’angoscia che ha dominato le scorse settimane, combattendo un virus che non è sconfitto.
Credo che sarà una liberazione che dovremo meritarci, da conquistare tutti insieme, solidalmente, aiutandoci a non avere comportamenti irresponsabili ma senza rinunciare ai fondamenti della nostra vita insieme.

Memoria.
Quello che stiamo vivendo oggi non può essere cancellato dal “presentismo” esasperato degli ultimi anni: anni in cui è esistito solo il “qui” e “adesso”, mentre tutto ciò che non era di stretta attualità scivolava in un oblio indistinto.
I molti morti di queste settimane, le decine di migliaia di morti (e non è ancora finita!), ce lo chiedono. Vorrei dire soprattutto che ce lo chiedono gli anziani che sono morti: una generazione che ha toccato con mano la Liberazione e la Ricostruzione, e che se ne è andata in un massacro di massa consumato nel silenzio.
Questo non deve più avvenire.
Oggi dobbiamo nutrire la MEMORIA con il senso di colpa di non averli saputo proteggere. Di essere stati testimoni e complici di una cultura che ha visto in loro uno “scarto”, un elemento marginale, una non-priorità. Così come dobbiamo avere memoria che il “welfare” non è un elemento sacrificabile della nostra società: l’assistenza medica e sociale pubblica, aperta a tutti, senza distinzioni di censo, sesso e cultura, è un valore imprescindibile della nostra convivenza civile. In questi anni non ci abbiamo rinunciato, è vero: abbiamo solo abbassato un po’ la guardia, in nome delle economie di scala, della concorrenza, del libero mercato, ma per questo abbiamo pagato un prezzo altissimo. Non dobbiamo scordarlo, deve diventare memoria collettiva, monito per tutti.
E infine, una nota di speranza: deve diventare memoria collettiva quello che abbiamo vissuto: un grande paese che ha saputo fermarsi, chiudersi in casa, accettare una disciplina da coprifuoco con una motivazione alta. Noi, la stragrande maggioranza di tutti noi, non è rimasta a casa per paura delle sanzioni, ma per senso di responsabilità per i nostri figli e per i nostri anziani, per senso civile.
E questo dovrà essere ricordato: perché – è la memoria che ce lo insegna – questo nostro Paese, nei momenti peggiori, nelle crisi, esprime la sua parte migliore, che è la sua umanità.
Buon 25 aprile 2020 a ciascuno di voi.

Pierangelo Campodonico