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Sicuramente conoscete Crêuza de mä. 

Quello che forse non sapete è che Fabrizio De Andrè si è trasferito per qualche tempo in un’isola della Sardegna, a Carloforte, per trovare ispirazione nei suoni e in una lingua che sono frutto del peregrinare marittimo dei genovesi. Le sonorità etniche dell’album provengono da ogni angolo del Mediterraneo. 

Per Genova, l’oltremarino rappresentò la possibilità di estendere le sue rotte commerciali. 

Umbre de muri muri de mainé dunde ne vegnì duve l’è ch’ané 

Ombre di facce facce di marinai da dove venite dov’è che andate? 


I marinai liguri crearono una fitta rete di insediamenti nel Mar Mediterraneo.

Proprio da Pegli, nel 1542, partirono alcuni pescatori di corallo diretti a Tabarka, isola tunisina da cui prenderanno il nome, assegnata dall’imperatore spagnolo Carlo V alla famiglia Lomellini.

A Tabarka è collegata da una lingua di terra percorribile a piedi. I banchi di corallo che abbondano nel mare circostante erano sfruttati dagli Arabi sin dal X secolo.
Col tempo il corallo iniziò a scarseggiare e nel 1738 i coloni si trasferirono a Carloforte, dove tutt’ora parlano il tabarchino, lingua figlia di quella parlata appunto nel ‘500.

Nel 1737 infatti, fu chiesto al re di Sardegna Carlo Emanuele III di permettere l’insediamento di alcune centinaia di quei tabarchini in una delle isole adiacenti alla Sardegna. Re Carlo, interessato a colonizzare le terre di Sardegna non ancora abitate, concesse loro un isolotto deserto poco lontano dalla costa sud -ovest della Sardegna, l’attuale isola di San Pietro. L’Isola fu poi chiamata Carloforte in onore del re. Il 17 aprile 1738 con un primo esodo pianificato quasi cinquecento tabarchini approdarono sull’isola di San Pietro.


Gli insediamenti Genovesi nel Mediterraneo, erano oltre un centinaio: isole, i territori, le città o anche soltanto i quartieri di città che i genovesi sentirono come loro propri:  tra questi i più duraturi furono Chios e Tabarca che dettero vita alle comunità più rilevanti dell’Oltremare genovese.

Le collezioni marittime del Comune di genova custodiscono diversi dipinti relativi agli insediamenti Genovesi nel Mediterraneo e vari relativi a Tabarca.


 

L'isola di Tabarca, vista da settentrione
Dipinto a olio su tela, secolo XVII,  prima metà Museo di arte e storia di palazzo bianco. Dal 1928 al museo navale di Pegli.

Il dipinto che mostra l’isola vista da settentrione è accurato per la precisione descrittiva con cui viene raffigurata l’isola e l’attività della piccola comunità.
La comunità non raggiungeva le 1500 persone ed era perennemente minacciata dal sovraffollamento.

Le fortificazioni rispondono sia alle descrizioni che alle evidenze archeologiche: vi si vedono le povere abitazioni, dotate di tetto di sterpaglie e alghe, ma anche i magazzini e depositi per riporre le attrezzature navali. 

L’isola appare per quello che è, una montagnola emersa, di dimensioni modeste, lunga circa 800 m e larga 500, davvero poco più che uno scoglio. 

Ma, aldilà delle dimensioni, Tabarca ebbe uno straordinario destino; iniziata come base di corollari nel corso del XVII secolo, divenne importante punto di transito di merci, persone, denaro. Il contrabbando, il riscatto degli schiavi dell’una e dell’altra parte e passava infatti dall’isola e tutte queste attività conducevano denaro e pedaggi a chi per conto del re di Spagna governava l’isola. Non a caso, buona parte della fortuna dei Lomellini ebbe origine in questo modesto scoglio.

 

Perché i Genovesi a Tabarca?

L’isola di Tabarca, vista da mezzogiorno Dipinto a olio su tela, secolo XVII,  prima metà Opera acquisita dal Comune di Genova da Paolo Vassallo nel 1907, e quindi esposta presso il museo di arte e storia di palazzo bianco. Dal 1928 al museo navale di Pegli.

Genova, nel primo quarto del XVII secolo deve fronteggiare con le sue forze i Savoia e ridefinire la sua posizione nello scacchiere politico internazionale dove la Francia continua essere un pericoloso vicino e la Spagna appare ancora più inaffidabile che nel passato: tra i ceti dirigenti della Repubblica inizia a serpeggiare un diffuso malcontento e si guarda ai soggetti emergenti, alle nazioni atlantiche come modelli da imitare e come possibili alleati. 

In questo senso il dipinto è prezioso: esiste una trasposizione tra Genova e la sua condizione e Tabarca stessa (entrambe, in quel momento, sono governate dai Lomellini) due punti la piccola isola tunisina diventa una sorta di metafora politica.

Come l’isola, Genova deve guardare a sud del Mediterraneo, al Maghreb superando le contingenze e gli esiti della spaventosa guerra del secolo precedente e tra musulmani e cristiani, può trovare un interlocutore in un Islam desideroso di concludere buoni affari e che, nel quadro in questione, si presenta come un insieme pacifico di pescatori, mercanti e cammellieri e dove le foste barbaresche assomigliano più a imbarcazioni da diporto che da guerra.

La famiglia genovese dei Lomellini subentrò nella gestione dell’isola, che detenne ininterrottamente sino al 1738,  in seguito a un episodio di “politica internazionale”: la liberazione del famigerato pirata turco Dragut, temuto in tutto il Mediterraneo per le sue scorrerie a danno delle coste europee.

Questi, fatto prigioniero dalle galee di Giannettino D’Oria nel 1540, era tenuto prigioniero da alcuni mesi in un carcere genovese. Come tutti i personaggi “influenti”, la sua liberazione – per quanto osteggiata a ragione da molti per la pericolosità del pirata – si trasformò in un lucroso affare, a considerazione dell’ingente riscatto che fu pagato.  Per il ruolo avuto nella mediazione da uno dei Lomellini, con il beneplacito della Spagna, la famiglia ne ebbe in cambio l’isola di Tabarca.

 

Si ringrazia per i testi Adele Giacoia e Giovanni Carosio